Il grande Dylan

Era il 2012 quando io, Dylan il Grande, stavo scappando da una torma di zombie che mi inseguivano. Sono Dylan il Grande, ho 34 anni, sono un ragazzo tarchiato, con i capelli castani, gli occhi verdi e sono magrissimo. Erano le 6:45 del mattino e mi trovavo a San Francisco, sul Golden Gate Bridge, nel corso di una ferocissima apocalisse, quando ben quindici zombie con gli occhi completamente bianchi e i vestiti strappati sbucarono dall’angolo oltre il ponte e iniziarono a seguirmi. Fortunatamente riuscii a seminarli grazie alla nebbia del mattino. Da lontano intravidi una casa con ancora la luce accesa e decisi di entrare. Al suo interno trovai altre otto persone vive per miracolo. Una volta dentro, loro mi fecero accomodare e mi chiesero il mio nome. Io glielo dissi. Il ragazzo più giovane chiese : “Scusa, ma come fai a chiamarti Dylan il Grande se sei così basso e minuto?”. Io gli risposi con un tono sfinito: “Lascia stare che questo nome mi ha portato solo guai”. Una ragazza più o meno della mia età mi implorò :”Dai, parlacene, non sappiamo cosa fare, almeno passiamo il tempo prima della fine.” Allora iniziai a raccontare: “Era una giornata bellissima. Mi trovavo ad un concerto, quando le guardie mi acciuffarono scambiandomi per un ladro. Mi chiesero il nome e glielo dissi, loro mi risposero che non potevo chiamarmi così perché il vero Dylan il Grande era il cantante che doveva esibirsi. Mi portarono nel suo camerino e quando gli raccontai cosa fosse successo quello si mise a ridere perché una volta, mentre stava cercando il suo manager, lo aveva trovato nel suo ufficio insieme al manager di un attore famoso. Quando si era presentato, questi gli aveva detto che era impossibile si chiamasse così, perché l’unico Dylan il Grande era l’attore per cui lavorava. Lo aveva portato da lui, al quale era successa la stessa identica cosa. Mentre era in giro in centro, aveva incontrato degli haters che, riconoscendolo, gli erano andati incontro iniziando ad insultarlo, dicendogli che il vero Dylan il Grande era un influencer bellissimo e famoso in tutto il mondo, al quale però era successo lo stesso fatto. Quando era stato in Cina per un viaggio, delle persone lo avevano riconosciuto e avevano deciso di portarlo dall’unico ed inimitabile Dylan il Grande. Lo condussero da un ragazzo di circa trent’anni il quale era rispettato da tutti per il grande coraggio dimostrato nel fare la cosa giusta. Un giorno dei carri armati erano stati incaricati di dare inizio ad una rappresaglia in piazza Tienanmen. Dylan il Grade, che era piccolo ed esile, si era messo davanti ai carri per non farli partire ed era riuscito nella sua impresa. Da quel giorno tutti lo avevano ammirato.”

Alla fine del racconto, il ragazzo più giovane mi chiese :”Ma non è che eri tu il ragazzo dei carri?”. Ed io risposi, sospirando :”Eh caro, il mondo è piccolo in fondo”.

Giada Renzoni

Grandezza dell’uomo

Ad una festa cinque sconosciuti si presentarono; il primo disse: “Io sono Enea e mi piace molto la musica”. Il secondo disse: “Io sono Alberto e basta”. Il terzo, un vecchietto coi baffi, disse  in tono sarcastico: “Io sono Carlo e di sicuro sono più simpatico di Alberto”. Alberto, che capì lo scherzo, fece un sorriso e chiese all’anziano baffuto come si chiamasse, lui rispose: “Sono Morro il Grande”. I quattro ragazzini, sicuri della millanteria, si misero a ridere e Alberto disse: “Come fai a chiamarti cosi? Ci stai dieci volte dentro quel nome”. Morro rispose: “Lo so, ma non è colpa mia: me lo hanno affibbiato i miei amici, però vi assicuro che questo nome spesso mi ha provocato delle noie che ora non vi sto a raccontare”. Alberto e Enea dissero che non importava se la storia era lunga, perché sarebbero stati lì ancora tre ore ed in qualche modo volevano passare il tempo. Allora Morro il Grande raccontò che una volta si trovava in un viale, quando dei ragazzi di strada lo fermarono per chiedere dei soldi: lui voleva darglieli ma non  li aveva, quindi promise che la volta dopo glieli avrebbe dati e giurò: “Parola di Morro il Grande”. I ragazzini al sentire quel nome si infuriarono e chiesero che cosa avesse mai di grande, inoltre aggiunsero che la vera grandezza consisteva nel farsi rispettare da tutti e lo portarono dal loro capo, l’unico vero Morro il Grande, a sentir loro. Quel brutto ceffo però capì il malinteso e gli raccontò che anche lui aveva avuto problemi con quel nome, quando ad un concerto si era avvicinato al cantante per chiedergli l’autografo, ma dei bodyguard gli avevano chiesto come si chiamasse e lui aveva risposto, appunto, Morro il Grande. Loro al sentire quel nome chiesero che grandezza era la sua e dissero che la vera grandezza consisteva nell’essere famosi e conosciuti da tutti. A fine concerto lo portarono dal cantante, ma egli capì tutto e gli fece l’autografo. Il cantante infatti, intuita tutta la faccenda, gli raccontò che anche lui aveva avuto problemi con quel nome, quando una volta in un villaggio in campagna e si era presentato a due ragazzi come Morro il Grande. I due ragazzi avevano detto che la vera grandezza non era essere famosi, ma  impegnarsi tutti i giorni con dedizione e costanza per realizzare il proprio sogno. Allora  lo avevano portato da un anziano baffuto che era un ex calciatore, conosciuto per la sua grinta e l’impegno che metteva in campo. Alberto e Enea chiesero se il vecchietto baffuto di fine storia fosse lui e Morro rispose: “Forse”, con un tono che faceva dedurre di sì.

Raffaele Tondini

La narrazione costruisce identità

Non è facile sapere chi siamo a tredici anni, non è facile sapere chi si vuole diventare, quali modelli vorremmo ci plasmassero, quali ideali umani. Non è facile dire il proprio sogno, o individuarlo. Ma trasferendosi nel mondo fantastico delle storie, immedesimandosi in un personaggio, in una situazione, in una catena di eventi, possiamo dare forma a quello che è informe in noi, e riconoscerci nell’altro. Così siamo partiti da immagini suggestive (“Il tramonto sul mare” di Friedrich, “Morning sun” di Hopper, “Il chitarrista” di Picasso) per provare a esprimere quanto abbiamo dentro: l’attesa che qualcosa si compia, la paura che un desiderio non si realizzi, la vittoria dell’ingegno e della creatività, la forza di non mollare. Ne sono nati dei racconti.

L’attesa

Posto felice; il posto felice è un luogo dove ti senti a casa, dove quando sei felice o triste, vai lì e ti senti tranquilla, è un posto dove puoi non pensare a niente, dove ti puoi rilassare. E quello è il loro posto felice, quello che condividono sin da bambini, Luisa, Giorgia e Ludovico, tre fratelli inseparabili: si difendono sempre l’uno con l’altro, se succede qualcosa ad uno di loro, gli altri partono per aiutarlo o per tirarlo su di morale. Giorgia ha quasi ventidue anni, è una ragazza molto bella, con dei lineamenti delicati, ha degli occhi che possono far invidia al mondo, cambiano a seconda del tempo; se è bel tempo  sono di un azzurro-blu splendente, se è nuvoloso gli occhi sono un blu più cupo e se invece è brutto tempo sono di colore grigio sbiadito. Ha il nasino alla francese ed ha anche delle bellissime lentiggini che le ricoprono gran parte del viso. Per quanto riguarda i capelli, sono castani ed ondulati, con dei riflessi rossastri. Il corpo invece è ben costruito, non è né troppo magra né troppo grossa, ha la vita davvero stretta ed è di altezza media. Luisa invece ha ventiquattro anni ed è una ragazza bella quanto la sorella, anche se lei, al contrario di Giorgia, è fulva ed ha anche lei un bel corpo, solo che è un po’ più robusta. Ludovico invece ha ventisei anni ed è un ragazzo abbastanza alto e aitante; ha un bellissimo fisico e gli occhi uguali a quelli di Giorgia. I capelli li ha ugualmente fulvi ma senza troppe lentiggini a ricoprirgli il volto, al contrario delle sorelle.

Il loro posto felice è una roccia sul mare, precisamente una roccia che da dietro sembra una tartaruga protesa sull’oceano; questa pietra si trova in un paesino abbastanza sperduto del Nord-America, dove, la mattina all’alba, fa sempre un po’ freddo. Ogni domenica i tre fratelli hanno come tradizione di svegliarsi prima dell’aurora, per andare nel loro posto felice a vedere il sole nascere e a parlare di come sono andate le giornate o di quello che succede in quel periodo, perché durante la settimana sono sempre molto impegnati e non hanno tanto tempo per stare insieme. Ogni alba è sempre diversa, ha colori diversi, velieri diversi e tempo differente dalla volta precedente, ma quella volta, quell’alba era ancora più particolare di tutte le altre: si diffuse una notizia che sconvolse tutti. Quel giorno il cielo era bellissimo, aveva delle sfumature di viola e blu molto delicate sebbene fossero colori alquanto accesi; l’acqua era molto calma, poteva sembrare uno specchio che rifletteva il paesaggio ed i primi raggi di sole. Per capire lo sconvolgimento dei tre fratelli si deve tornare a nove mesi prima: “Giorgia era sempre stata una bravissima disegnatrice di paesaggi e di tante altre cose, ma soprattutto era brava a disegnare gli abiti, che si dilettava a creare e a rimodernare, anche se di poco, nel suo tempo libero. Suo padre le aveva detto, sapendo di questa sua dote, di provare ad iscriversi ad un’università di moda a Parigi. Anche Luisa e Ludovico la incitavano ad iscriversi, perché volevano che la sorella minore si realizzasse e diventasse qualcuno, grazie a quel bellissimo dono. Giorgia aveva un po’ di timore, ma sotto sotto era consapevole della sua bravura e delle sue capacità e quindi sapeva che non doveva arrendersi mai, perché sapeva che se avesse voluto ce l’avrebbe fatta; quindi, grazie agli incoraggiamenti della sua famiglia, aveva mandato la lettera di ammissione all’accademia di moda di Parigi. Dopo nove mesi arrivò la lettera di risposta tanto attesa; Giorgia aspettò la domenica all’alba per conoscere la risposta alla sua domanda, in modo da aprirla insieme ai fratelli, ovvero le persone che le erano state più accanto nel suo percorso. Quella mattina i tre fratelli erano molto eccitati in attesa della conferma, ma avevano anche timore perché per ormai  ventidue anni erano vissuti insieme ed era difficile separarsi, soprattutto perché Giorgia se ne sarebbe andata molto lontano e perché non si erano mai lasciati tanto a lungo prima. Appena la aprirono, scoprirono che Giorgia era stata accettata all’accademia di moda a Parigi. I tre all’inizio rimasero un po’ attoniti,  poi gioirono insieme finché non tornarono a casa e dettero la notizia al padre che era molto felice per lei, ma al tempo stesso molto triste per la futura separazione dalla sua piccolina.

Noemi Oriente

IL SOGNO DI UN AMORE

Tornai a casa dopo una lunga giornata di lavoro fra i campi. Erano trenta gradi sotto al sole a scavare buche e a seminare l’immensa distesa di terra. Il Conte Sarinich, il potente e ricco proprietario terriero di quell’immenso latifondo, frustava sempre i suoi braccianti se lavoravano male, o si dimenticavano anche solo di seminare un seme o di chiudere una buca. Eravamo in sette mi sembra: riportai a casa tre cicatrici quel giorno; l’avrei ammazzato, ma quel poco che mi dava mi serviva per vivere. Tutte le mattine passavo davanti casa di Lisa, una ragazza quasi della mia età, forse un po’ più piccola di me, diciamo una giovane donna. Lei faceva parte di una nobile famiglia e possedeva un grande castello di pietra, con un giardino pieno di fiori. Tutte le mattine si metteva sul terrazzo di camera sua, che si affacciava sul davanti, contemplando il paesaggio. Lei faceva parte del mio sogno, ero innamorato di lei, ma sembrava non ricambiasse. Aveva la pelle chiara, tipo porcellana, occhi azzurri e capelli castani sempre raccolti. Mi feci coraggio e andai da lei a dichiararle quello che provavo. Arrivai sotto il grande castello, era buio ed ero molto intimorito. Bussai e non mi rispose nessuno,ribussai, ma ancora niente, persi le speranze e me ne andai. Tornai il giorno seguente, la mattina prima di andare a lavorare, e come sempre Lisa era lì, sul suo terrazzino, ma con un ‘altra persona. Quando mi avvicinai capii che era un uomo, sembrava giovane e stava a sedere accanto alla ragazza, quasi incollato. Decisi di andarmene demoralizzato e abbattuto. Arrivai a lavoro e neanche riuscivo a prendere la pala in mano per scavare, prendendo così tante di quelle frustate che non so nemmeno come faccio ad essere ancora qui. Pensai tutta la giornata a Lisa e a quell’uomo mai visto prima, forse era il fratello,il cugino o un altro parente suo coetaneo. Non volli più passare da quella strada, preferivo arrivare tardi ed essere frustato a morte. Dopo un anno non potevo più sopportare la mancanza di Lisa, ma anche se la odiavo era il mio sogno e nessuno mi poteva impedire di pensarla. Presi coraggio e andai a trovarla saltando il giorno di lavoro, ben conoscendo le amare conseguenze che ci sarebbero state. Entrai nel meraviglioso castello fastosamente decorato, poi passai il pomeriggio lì. Scoprii che il giovane ragazzo accanto a lei quella mattina era il suo promesso sposo. A lei non piaceva, ma a quei tempi la famiglia decideva a chi dare in moglie la propria figlia, e ormai era costretta a passare la vita con un uomo con cui non si sentiva a suo agio. Lei era innamorata di me, confessando i suoi sentimenti me lo rivelò. Più tardi mi avvertì di calarmi dal terrazzo perché sarebbe arrivato il fidanzato che mi avrebbe pestato di botte se non me ne fossi andato. Fissammo per il giorno seguente, la sera tardi al tramonto. In lontananza l’ambiente era misterioso e la osservavo piccola piccola su quel grande scoglio sul mare, facendo sembrare l’ambiente vastissimo e l’uomo insignificante di fronte a tutto ciò. Mi avvicinai e accanto a lei c’era Josef, il giovane promesso sposo: lei allora si è girò, mi guardò intimorita e con voce fioca disse solo: “Scusa”. Le scese una lacrima, era costretta, ma ormai quello era il suo destino. Mi sedetti un po’ più in là, sempre sul loro scoglio, disperandomi rabbiosamente, ma in silenzio.

Ora sono vecchio e penso sempre a lei, a dove sia; sono disperato, ma ormai sto morendo e spero di poterla rivedere in un’altra vita.

Chiara Vettori

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Senza vie di fuga

Erano le cinque di mattina nella città di Tallinn. Il sole sorgeva e illuminava la mia piccola camera in uno dei grandi blocchi di appartamenti tipici dell’est. Non riuscivo a dormire al pensiero che in quel giorno, il quindici di aprile 1995, avrei finalmente lasciato questo paese, per poi andare in Germania. Non penso di aver mai odiato l’Estonia, me ne andavo solo per ragioni economiche e questo mi procurava una certa tristezza. Il sole mi arrivava in faccia e mi scaldava i capelli scuri, raccolti in uno chignon. Le molle del letto senza coperte fecero uno strano rumore, per quanto erano vecchie. Diedi l’ultima occhiata malinconica fuori dalla finestra al grande orologio in piazza, che ora segnava le cinque e dieci. Come scorreva il tempo! Mi alzai e scelsi cosa indossare. Arrivai in cucina, dove avevo lasciato un paio di scaffali aperti, gli unici con un poco di cibo rimasto. Rimanevano una bustina di tè e un paio di biscotti: diedi un’occhiata alla confezione di questi ultimi, l’immagine del prodotto avrebbe dovuto invitarmi a prenderli  e mangiarli quando, invece, mi dava solo il voltastomaco. Non avrei fatto colazione quel giorno. Ritornai in camera, tolsi le scarpe da ginnastica dalla valigia, me le misi ed uscii con il bagaglio.

Feci un saluto al palazzo comunale di Tallinn, prima di dirigermi alla stazione verso il treno che mi avrebbe portata in Sassonia. Ebbi un crampo di fame, ma non c’erano bar o quant’altro nelle vicinanze. Guardai l’orologio della stazione, che segnava le sei in punto. Mancava poco all’arrivo del treno e al mio estremo saluto  alla capitale estone, prima di raggiungere Berlino. Sei e cinque: mi chiedevo se ci fosse un posto dove mangiare in qualche altra stazione, perché avevo davvero fame. Sei e dieci, mi girava la testa e i crampi continuavano. Sei e venti, mi ricordai che nemmeno il giorno prima avevo mangiato, allora sperai che questo viaggio durasse poco, così avrei potuto mettere qualcosa sotto i denti in qualche bar low-cost tedesco. In quel momento, i crampi stavano diventando sempre più lunghi e frequenti. Passava il tempo, quando si sentì il fischio del treno, in lontananza. Mi avvicinai ai binari. Il treno era sempre più vicino, io feci un altro passo, quello di troppo.

Caddi sui binari, a causa di un capogiro che mi aveva stordito. Il treno era vicino. Sentivo il suo fischio. Approssimativamente, era a circa tre metri di distanza. Ora due.

Non mi alzai dopo l’uno, e nemmeno  dopo lo zero.

Irene Bartoli

Una verità inconcepibile

Nell’ampio paesaggio di mare si notano subito le sfumature violacee del cielo e il sole che sta per tramontare all’orizzonte. Sugli scogli rocciosi sono sedute due donne e un uomo che stanno osservando le grandi navi in lontananza che sembrano arrivare con calma alla riva adiacente alla spiaggia.

I tre fratelli Rosa, Letizia e Riccardo si trovano in un momento molto tragico della loro vita, perché i loro genitori sono morti da qualche giorno sulla loro nave durante una tempesta, mentre trasportavano delle merci di valore. Due giorni prima non c’era un tempo piacevole e tirava un vento molto forte; infatti, a quanto pare, la loro scialuppa si era ribaltata durante una tempesta. I tre fratelli erano tornati sulla spiaggia in cui era attraccata la nave su cui i genitori avevano viaggiato.

 L’atmosfera era buia e cupa e il mare calmo come lo scorrrere del tempo; Riccardo era seduto dietro le sue due sorelle che erano mute come  pesci. Passarono molti giorni prima che tutti si accorgessero che erano soli: Rosa ogni tanto si adagiava sulla sabbia giallastra e umida dove il mare cominciava; Letizia, nel frattempo, pensava, e a un tratto si ricordò che il padre teneva molti ricordi di famiglia in un piccolo sgabuzzino vicino al molo sulla spiaggia. Allora disse a Rosa e a Riccardo di seguirla. Appena arrivati lì, frugarono per tutta la stanzetta buia e piena di sabbia, senza però trovare cose interessanti. Dopo qualche istante, Riccardo notò un rialzo sul pavimento di assi: se ne vedeva una che effettivamente era posizionata in modo ambiguo. I fratelli scorsero una botola e cercarono di aprirla trovandovi, oltre ad alcuni oggetti inutili, un foglio di pergamena su cui era scritto qualcosa, anche se era quasi indecifrabile. L’unica cosa che i tre fratelli riuscirono a capire fu che quella era la scrittura del padre. Quindi Letizia, curiosa, la prese e la portò con sé.

Rosa, Riccardo e Letizia tornarono poi ad essere i soliti fratelli che non si scambiavano mai una parola. Erano molto tristi e giù di morale perché non erano riusciti a trovare niente che riguardasse i loro defunti genitori. Qualche ora dopo, quando il sole stava per tramontare, un bagliore si accese in mezzo all’acqua. Loro tre non riuscivano a vedere quasi niente, solo un’immensa luce. Piano piano si avvicinarono al mare avvertendo un forte calore che li avvolgeva: proprio ai loro piedi arrivò una tavola di legno su cui era inciso qualcosa, ma anche queste parole, come quelle della pergamena, erano incomprensibili. Riccardo, però, notò immediatamente che la scrittura sulla tavola assomigliava a quella di sua madre. A questo punto Rosa, stupita, chiese a sua sorella di tirare fuori dalla tasca il foglio di pergamena e di avvicinarlo alla tavoletta. Questi due pezzi si fusero completamente formando una sfera di cristallo che illustrava come i genitori erano morti: perché, a quanto pare, non era stata l’alta marea a rovesciare la nave. Nella sfera si intravedeva un fenomeno sovrannaturale che, con un potere immenso, li aveva fatti ribaltare. I fratelli rimasero sbalorditi per quello che avevano appena visto, ma ancor di più perché gli era arrivata dal nulla quella tavoletta magica che aveva infine svelato la verità. Un destino assurdo e tragico si era abbattuto sulla loro famiglia. Non erano lo stesso felici, ma almeno ora sapevano come stavano le cose. Tennero la sfera formata dalla tavoletta e dalla pergamena, tuttavia, dato che osservarla suscitava ricordi dolorosi, la sotterrarono sotto la sabbia, così da non trovarla più.  

Ludovica Palandri

Mai arrendersi

Era una giornata nera, il cielo era pieno di nuvole, un uomo di nome Liam era seduto in un angolo di Londra vicino al Big Ben. Liam era seduto con le gambe incrociate e suonava una chitarra. Aveva i vestiti strappati e i capelli bianchi, inoltre aveva circa 65 anni. A Liam piaceva sempre suonare la chitarra fin da quando era bambino. Quando aveva circa 8 anni sua madre, una donna mora con gli occhi verdi scuro e una voce divina, decise di iscrivere suo figlio ad un corso di chitarra. Il ragazzo all’inizio non voleva andarci ma dopo un po’ accettò, così iniziò e anno dopo anno era sempre più bravo. Un giorno quando Liam aveva 15 anni i suoi genitori lo andarono a riprendere da una lezione di musica. Mentre stavano tornando, una macchina lì investì: i genitori morirono a differenza di Liam che si ruppe solo il ginocchio: da qual momento in poi il ragazzo rimase orfano. Quando il ragazzo crebbe continuò i suoi studi da solo perché non aveva i soldi per continuare in una scuola. Da lì Liam incominciò a chiedere l’elemosina perché non riusciva a trovare un lavoro, anche se il suo sogno era diventare un famoso chitarrista classico e suonare nelle migliori orchestre. E ancora a 65 anni non era riuscito a realizzarlo. Un giorno nel centro di Londra il vecchio stava suonando la sua chitarra e proprio in quel mentre passò Daniel Gioistrick, un famoso compositore di musica classica, il quale notando la dote di Liam gli chiese se volesse fare un’audizione per entrare a fare parte della sua orchestra, l’orchestra più celebre di sempre. Il vecchio accettò e così iniziò ad allenarsi tutti i giorni costantemente, fino a quando si rese conto che gli mancava un vestito per l’audizione: allora cominciò a lavorare in un bar con un suo amico delle elementari.

Dopo aver guadagnato abbastanza per comprarsi il vestito, si licenziò. Quando finalmente arrivò il giorno del provino, lui era dietro le quinte che provava il suo singolo, ma un altro concorrente di nome Luis lo sentì e capì che era troppo più bravo di lui, decise perciò di rinchiuderlo così che non si esibisse. Lo nascose nello sgabuzzino delle pulizie, ma nonostante ciò il suo piano non funzionò perché l’inserviente lo trovò e lui riuscì ad esibirsi. Quando iniziò a suonare tutti rimasero a bocca aperta per la sua bravura, pure i giudici che non credevano ai loro occhi: difficile da immaginare che un uomo che prima chiedeva l’elemosina fosse così bravo a fare qualcosa di bello. Quando tutti finirono di fare l’audizione i giudici misero sul podio Liam, Luis e un’altra ragazza, tuttavia vinse Liam e da quel giorno la sua vita cambiò drasticamente. Ad oggi Liam ha 80 anni e vive in una villa sulla riva del Tamigi a Londra. Inoltre ha due piscine, una interna ed una esterna e i pavimenti del primo e secondo piano sono di cristallo. Non è mai troppo tardi per realizzare un sogno.

Giada Renzoni

Il sogno delle sorelle Kilmant

Erano le cinque del mattino del gelido autunno canadese, e su un ammasso di scogli situati lungo la costa, sedevano una accanto all’altra le gemelle Linda e Clorinda Kilmant. Erano accompagnate dal fratello riverso su di loro. In un assordante silenzio stavano osservando l’alba: tutto era illuminato dai raggi del sole che si facevano spazio tra le nuvole. L’intenso viola di queste dominava il cielo, e più il sole sorgeva, più le nubi sfumavano nel delicato azzurro dell’orizzonte. Ai piedi delle figure la risacca delle onde avanzava con una impressionante velocità verso gli scogli, sbattendoci violentemente. Le dolcissime onde del mare, aiutate anche dal vento, più a largo smuovevano due velieri mercantili. Il paesaggio suscitava un senso di tranquillità e di pace interiore, pertanto i fratelli se ne stavano lì ad ammirarlo nel tentativo di calmarsi. Le sorelle Kilmant erano due stiliste alle prime armi nei primi anni dell’Ottocento. Fin da piccole erano appassionate di moda e il padre per assecondare il loro sogno di diventare stiliste, aveva versato i propri risparmi a una stilista in pensione per fargli imparare le basi del mestiere. Nel giro di poco tempo le figlie fecero tesoro dei consigli dati e iniziarono a cucire i primi abiti con delle stoffe appartenenti al padre tessitore. Questi venivano venduti alle signore del paesino, che li compravano per pochi soldi. Ed ora, compiuti ventidue anni, dopo aver ricevuto la notizia che il padre è venuto a mancare a causa della tubercolosi, le sorelle se ne stanno sedute al centro di un paesaggio così vasto e maestoso. Qui con il rumore del mare in sottofondo, ripercorrono la loro vita pensando a quale strada scegliere per godersi il futuro. Oramai il sole era giunto allo zenit, i suoi raggi cominciavano ad illuminare più allegramente il paesaggio e loro iniziarono a parlare. -Da oggi non sappiamo più dove abitare, abbiamo da risarcire una marea di debiti e siamo senza denaro- disse Linda con voce malinconica, tentando di fermare le lacrime che imploravano di scendere. – Ti ricordi quando andavamo da quella stilista?-le rispose Clorinda- Ci ripeteva continuamente che eravamo ricche di idee sempre originali, e ci insegnò a credere in noi stesse!-fece una pausa vedendo che le lacrime stavano attraversando freneticamente le guance della sorella. Poi si rivoltò verso il panorama, prese fiato e continuò con il discorso:- Prendiamo esempio da quella donna, creiamo un mercatino dove vendere i nostri abiti innovativi, così la gente si appassionerà a noi!

-Sì, noto che è una buona idea- intervenne il fratello che fino ad allora aveva taciuto. Linda guardò negli occhi la sorella e sorrise. Arrivati al portico di casa, scesero gli scalini della carrozza saltellando felicemente e si fiondarono subito dentro. Portarono in strada l’appendi-abiti del padre e misero in mostra i tre abiti cuciti precedentemente. Le signore passando dalla stradina vedevano il mercatino e incuriosite si fermavano. Tra tutte si fermò la cosiddetta ”Dama Nera”: la donna più nobile della cittadina, molto egoista e odiata da tutti gli abitanti. Appena questa prestò attenzione agli abiti in mostra le sorelle si lanciarono uno sguardo come per intendere un senso di stupefazione e di felicità immensa. A testa bassa scrutò gli abiti, uno a uno, e con ammirazione si rivolse verso le ragazze:- Mi sono fermata per ridere dei vostri modelli, ma diversamente ne sono rimasta affascinata: ogni donna sognerebbe di indossare un abito così magnifico. Prese il terzo abito, partendo da destra, e lo avvicinò al naso come se volesse annusare l’odore dei tulipani ricamati sopra.

Linda e Clorinda accennarono un sorriso e la donna continuò:- Conosco una boutique molto rinomata, che sta cercando stiliste da assumere. Voglio presentarvi a loro e sono sicura che vi prenderanno.-

Una settimana dopo le sorelle videro il loro sogno realizzarsi per intero: vennero assunte come stiliste in quella boutique, pertanto iniziarono a vestire le nobili signore del paese che si potevano permettere abiti di quel costo. Grazie a quell’impiego divennero argomento quotidiano per i cittadini che rimasero stupiti dal fatto che due ragazze di campagna fossero riuscite a diventare così tanto. Linda e Clorinda furono fiere di aver superato gli ostacoli che la vita gli aveva messo sulla strada e divennero stiliste famose in tutto il continente.

Emma Richiello

Daniele Mencarelli, “La casa degli sguardi” – un’intervista.

Avremmo dovuto ospitarlo nella nostra scuola, a fine marzo. Era un evento a lungo preparato e atteso. Il suo libro, “La casa degli sguardi”, ci aveva scosso e provocato, indotto a riflettere su come da una caduta ci si possa rialzare e come da una ferita possa fiorire la bellezza. Avevamo accolto la notizia della sua candidatura al Premio Strega con gioia. Sarebbe stato un bell’incontro. Poi la chiusura delle scuole, l’inizio della quarantena e di questo tempo sospeso.

Ma il virus non l’avrà vinta.

Riportiamo qui di seguito le risposte che Daniele ci ha voluto fornire via mail, perché è proprio nel momento di questa lunga e strana “reclusione” che le sue parole possono darci la forza di non arrenderci.

1) Il tuo libro è un viaggio nell’inferno della dipendenza fino alla redenzione. Anche se, come dici tu, ogni evento narrato è “trasfigurato dallo sguardo del narratore”, è un libro fortemente autobiografico. Perché lo hai scritto, e soprattutto con quale coraggio hai deciso di pubblicarlo?

Sì, è un libro autobiografico, parte da eventi che ho realmente vissuto, ma, ai fini del libro e della sua riuscita, questo è un dato secondario, nel senso che ciò che conta realmente è la scrittura con cui si è resa la storia. In letteratura le categorie sono sempre posticce, biografismo, fiction, autofiction, quello che conta è la qualità del libro. Tutto il resto viene dopo. Per quanto riguarda il coraggio, invece, posso dire che una delle cose che detesto di più della nostra epoca è la totale autoassoluzione dei nostri peccati e la ferocia con cui additiamo quelli degli altri. In questo romanzo il cattivo è il protagonista, non cerca i peccati degli altri ma prova a emendare i propri. Dice: “se c’è un peccatore sono io”.

 2)Perché un giovane può finire nel tunnel della dipendenza?

Spesso il ricorso alle sostanze è la risposta sbagliata a un interrogativo sacrosanto. L’inquietudine, l’insoddisfazione, fanno parte della nostra natura, invece oggi si è portati a vedere  queste forme di vitalità come qualcosa di sbagliato, da togliere dalla propria vita a ogni costo, perché dobbiamo essere felici, per forza felici. Chi non lo è si sente sbagliato, malato, il perfetto viatico per la dipendenza, non solo da sostanze, oggi siamo invasi da nuove forme di schiavitù.

 3) Tutto cambia grazie all’incontro con i bambini dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Imbattersi nel dolore innocente può portare alla disperazione, nel tuo caso invece salva. Com’è possibile?

Per me il Bambino Gesù è stato un ritorno alla realtà, una realtà in guerra come può essere quella di un ospedale pediatrico. Il dolore innocente interroga l’uomo dall’inizio dei tempi e della letteratura. Nessuno ha una risposta. Io so che di fronte alla malattia dei bambini ho ritrovato sentimenti dispersi indietro nel tempo. Il primo fra tutti: la speranza. Perché di fronte al dolore, alla morte, non abbiamo altra possibilità.

4) Scrivi che “la poesia testimonia il dolore, non lo cura”. Ma scrivere non è anche un po’ terapeutico, non serve a sfogarsi? E quando leggo il dolore di un altro, non sento alleviarsi anche il mio, per empatia?

Per me la scrittura non è terapeutica, non scrivo per stare meglio ma per fare esperienza condivisa di un certo dato di realtà, che sia biografica o d’invenzione non fa differenza, ma al centro c’è questa volontà di condivisione del reale. Questo discorso si riferisce allo “scrivente”, però. Al contrario, spero che la mia scrittura sia d’aiuto per chi la leggerà, o meglio, che la mia scrittura diventi esperienza concreta, e tangibile, anche per chi ha deciso di accoglierla.

5) All’inizio il protagonista ha paura di vivere, vuole dimenticare la sua paura e usa l’alcol per farlo. Alla fine capisce che bisogna “fronteggiare l’orrore per sfondarlo”. Che cosa significa  e soprattutto come si fa?

Questo è il punto centrale del romanzo. La parabola del protagonista dentro il Bambino Gesù gli permette di rientrare in contatto con le sue qualità, umane e psicologiche, ma più di tutto gli fa comprendere che anche lui è capace di vivere, che ne ha la forza e il coraggio necessari. Perché non esiste aguzzino peggiore di quello che vive dentro di noi, siamo noi, quasi sempre, a decretare i nostri successi o insuccessi. Il protagonista troverà negli altri, nella realtà concreta del lavoro e del dolore innocente, quei puntelli su cui poggiare la sua rinascita.

Dire la propria ferita per imparare l’empatia.

Ci siamo fatti provocare dalla poesia.

Nella poesia possiamo trovare risposte, e prima ancora domande di senso che ci trasmettono sana inquietudine.

Cosa fare di fronte alla sofferenza, la nostra e quella degli altri?

Emily Dickinson dice che impedire a un cuore di spezzarsi significa vivere pienamente, come se il senso della vita coincidesse con la compassione.

Lo stesso sembra dire Saba in “Città vecchia”, in cui  incontra tante “creature della vita e del dolore” e capisce che stargli accanto aiuta il pensiero  a “farsi più puro, dove più turpe è la via”.

Montale invece in “Spesso il male di vivere” sembra suggerire  che di fronte al dolore l’unica risposta sia l’indifferenza del falco, della nuvola, della statua.

Un modo per non lasciarsi ferire, certo,  ma forse non per vivere appieno.

E noi?

Abbiamo provato a esprimere quello che pensiamo in versi, partendo dall’incipit della poesia montaliana, ma cercando i nostri personali correlativi oggettivi:

“Spesso il male di vivere ho incontrato,

è la goccia che consuma la roccia,

è un puzzle con un pezzo mancante,

è la sigaretta che divora i polmoni.

Bene non seppi, se non che il mio cuore

era un prodigio, l’unica stella nel buio profondo,

l’arcobaleno nel mezzo del diluvio,

le lucciole che segnano il sentiero”.

SARA FIORUCCI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato

che non ho saputo affrontare

ma che ho voluto ignorare

ferendo qualcuno

compreso me stesso:

è il treno che non riesci a prendere,

è il rimpianto continuo

è una grave malattia

con cui bisogna convivere –

anche se in tutto questo male

c’è una lucciola in una notte d’estate

uno spiraglio di luce”.

IACOPO VALLI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato:

Era la pigna caduta dall’albero

La candela che accesa si consuma

Era la tempesta sul mare.

Bene non seppi, se non il sorriso

 in una foto, un campo esploso di girasoli,

una piantina che la cura fa sbocciare e crescere”.

ROMINA KOPSHTI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato

Era, nonostante l’impegno, essere sottovalutato,

era un’offesa che vale più di mille schiaffi

era un sogno infranto nel tuo vuoto.

Bene non seppi, se non un animale salvato dalla strada,

un bambino felice dietro a un pallone,

un popolo che sconfigge la schiavitù”.

GREGORIO MANCIA, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato

Era la formica schiacciata dalle suole

Era la fragile farfalla che un bimbo  afferra

divertito, erano le piante assetate.

Bene non seppi, se non una palla a spicchi

che rallegra, un arcobaleno che illumina gli occhi,

un gatto spensierato tra i problemi del mondo”.

RICCARDO BERTI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato

Molte volte una lacrima sul viso ho guardato

Un sorriso mancato su un volto sbiadito

E l’orrore di un bimbo alla vita strappato.

Bene non seppi, se non il battito

della farfalla sui fiori a primavera

e le note di una musica

che ascolto fino a sera”.

CARLOTTA MELANI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato,

era l’albero abbattuto nel bosco,

era il tuono che rompe

il silenzio, era il grilletto

che semina morte.

Bene non seppi, se non il bello

della natura, il sole sulle terre,

l’acqua che nutre la vita,

il lampo che rischiara la notte”.

NICCOLO’  BARTOLINI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato

in un mare arrabbiato che scaraventa

onde sulla scogliera,

in un libro iniziato e accantonato

nel Natale festeggiato senza un albero.

Bene non seppi,

se non la felicità di chi ti creò,

l’acqua di un ruscello tra i campi seminati,

l’azzurro del cielo nei giorni assolati”.

AZZURRA SALZANO, 3F

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“Spesso il  male di vivere ho incontrato:

era il respiro soffocato

il pianto continuato

era l’abbraccio mai dato.

Non conobbi altro bene

se non ammirare il suo sorriso,

un arcobaleno dopo la tempesta

e una canzone rap nella mia testa”.

MARISSA VELLI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il fuoco ardente

 della candela, che lentamente

lascia senza luce la gente;

era la delusione sul volto

di mia madre, nonché l’unica donna

che abbia mai amato.

Il bene è una calda giornata

di primavera in montagna;

è un bambino con gli occhi radiosi

che porta gioia dove va”.

LEONARDO NICOLETTI, 3F

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“Spesso il male di vivere ho incontrato:

erano cani picchiati,

era il condannato sulla sedia elettrica,

era l’autostima che se n’era andata.

Bene non seppi, se non il vento

che accompagna una foglia,

il cerotto posato sopra una ferita”.

NIKOLE BENEDETTINI, 3F

***

“Spesso il male di vivere ho incontrato,

era una porta cigolante e un respiro strozzato

un cuore in gola prima dello scoppio.

Bene non seppi, eccetto

il sorriso dell’amato,

lo splendore del sole di giorno

una stellata notte d’inverno”.

MATILDE ALFANO, 3F

***

“Spesso il male di vivere ho incontrato

Era il lento consumarsi della candela nel buio

Era la mano rigida e fredda di un cadavere

Era la crepa su un bicchiere di cristallo.

L’unico bene che conobbi, fu scovare

la bellezza nelle piccole cose:

era il dono inaspettato, i primi fiori

della primavera, era il calore di un abbraccio”.

EMILY FRANCIA, 3F