Necessaria premessa

I racconti che seguono sono il frutto di un laboratorio di scrittura creativa tenutosi nella classe 2F della Scuola Media Bartolomeo Sestini di Agliana (Pistoia). I generi che abbiamo inteso approfondire quest’anno sono stati il noir e il fantastico del terrore. Sono racconti sicuramente ingenui, elaborati per esercizio, ma anche con l’urgenza di chi scriva per dare forma alle proprie paure e, esprimendole, possa superarle.

“La cosa più bella, tutto sommato, è che quello che provo e penso lo posso almeno scrivere, altrimenti soffocherei davvero” diceva Anna Frank.

Con lo stesso spirito questo blog è nato e proverà ad andare avanti.

La bestia

Il sentimento più antico e radicato nel genere umano è la paura , e la paura più antica è quella dell’ ignoto. Cosa che io sto sperimentando in questo momento.

 Circa un anno fa , mi trovavo nella mia vecchia casa.  L’ avevo appena comprata, era già arredata e aveva mobili completamente intatti, tranne uno:  uno strano tappeto al centro della stanza, di colore scarlatto e in stile antico. Era ruvido e duro come se della vernice ci fosse caduta sopra e vi si fosse solidificata.

Con il passare del tempo cominciai a notare cose strane: porte che si aprivano da sole, luci che si spegnevano e accendevano a caso e ombre informi che apparivano sul muro senza che alcuna cosa le proiettasse. Arrivò l’ estate e faceva un caldo insopportabile, così decisi di bermi un bicchiere d’ acqua ghiacciata. Ma nella disattenzione feci cadere il bicchiere sul tappeto: allora si vide un liquido rosso sciogliersi dalla sua superficie e ricoprire il  pavimento. Decisi di alzare il tappeto e vi trovai sotto una cosa disturbante, assurda, agghiacciante:  una striscia di sangue che sembrava avere la forma di un mano e pareva indicare verso l’ interno di una botola , come se una persona cercasse di scappare da qualcuno o da qualcosa.

Scelsi così di scendere, ma appena arrivato in fondo udii un suono acuto, stridulo, assordante, venire verso di me e sorpassarmi.  Scorsi nel buio un interruttore , lo premetti pensando accendesse la luce , ma l’ unica cosa che accese fu una lampadina sopra  una scrivania: c’era un bigliettino , mi avvicinai e lessi “CORRI!”.

Spaventato uscii e vidi tutte le cose intorno a me completamente graffiate e insanguinate: alzai lo sguardo ed il soffitto aveva impressi due occhi felini rosso fuoco. Riabbassai lo sguardo ed il tappeto aveva un taglio che si stava aprendo: feci due passi indietro ma ormai il taglio ricopriva il pavimento , che crollò qualche istante dopo. Mi ritrovai in una stanza piena di cadaveri maciullati e mezzi divorati. Nell’ angolo c’era una sagoma impegnata a divorare un teschio umano , si voltò e si gettò su di me lacerandomi il ventre.

All’improvviso  mi risvegliai nel mio letto , ma il taglio era ancora sul mio stomaco ed i mobili erano ancora distrutti.  Allora scappai da quella casa infernale , ma ogni cinquanta metri sentivo come dei passi artigliati dietro di me, benché poi girandomi non ci fosse nulla.

Andai a casa di mio fratello, che ovviamente non mi credeva. Restai comunque con lui per qualche tempo. Una sera sentii di nuovo quei passi felini e per sicurezza andai in camera sua per accertarmi che stesse bene: allora lo vidi con la testa fra gli artigli di quella creatura orribile che mi fissava minacciosamente, come per dirmi che dopo sarebbe toccato a me. Mio fratello con il suo ultimo respiro sussurrò: “ Scusami …”. Dopo quelle parole il mostro lo trafisse da parte a parte.

Mio fratello cadde a terra senza vita ed io ormai ero incapace di oppormi a quella creatura: però il mostro se ne andò , come se il suo unico intento fosse solo quello di farmi soffrire.

La storia che state leggendo la sto scrivendo in questo stesso istante: ormai mi sento senza speranza, senza nessuno che mi ami o mi conforti. La bestia mi ha dato la caccia a lungo, ma non ha mai affondato il colpo. Ora forse siamo alla resa dei conti. Lo squarcio che si era aperto nella mia vecchia casa si sta riaprendo qui sul muro … sembra una porta per l’ inferno o forse è solo uno dei suoi trucchi,  in ogni caso spero porrà fine alle mie sofferenze.

Vi lascio augurandovi che non succeda mai a nessuno di voi di trovarvi di fronte all’ignoto.

 Addio …

NICCOLO’ BARTOLINI

SHIVER

Era una calda serata d’agosto, io e Josh stavamo facendo una passeggiata sul lungomare in un paesino tranquillo di nome Shiver,  in Romania.

Come tutte le nostre tipiche serate, mangiavamo un gelato e arrivavamo a piedi fino al confine con un altro paese di nome Usher, che era molto più elegante rispetto a quello in cui  alloggiavamo noi,  ma un’abitazione più costosa non ce la  potevamo permettere.  Accanto alla nostra c’erano solo sei case abbastanza diroccate. Finalmente io e il mio migliore amico eravamo arrivati al confine, sulla destra c’era un bosco fitto di pini e querce,  immenso: infatti per paura di perderci non ci eravamo mai addentrati là, ma quella sera notammo una stradina che non avevamo  visto prima, perciò decidemmo di percorrerla.

Ormai era notte fonda e io e Josh ci eravamo smarriti sul sentiero intrapreso alcune ore prima: cercai sul telefono il nome del paese per vedere se riuscivo ad entrare su Google maps, ma al suo posto uscì il nome di un gioco: “Il gioco di Shiver”. 

Mostrai la pagina internet al mio amico.”Sono solo stupidaggini” mi disse con aria spavalda.

“Ok , allora giochiamo” risposi.

 Internet diceva  che dovevamo sederci attorno al tronco di un albero, bucarci il petto tre volte con un ago,  aspettare tre minuti e recitare delle frasi sotto elencate: se avessimo trovato l’albero dove la strega del posto era stata arsa sul rogo, saremmo morti come lei.

Iniziammo. Quando cominciammo a recitare le frasi scoccò la mezzanotte:  sentivo dei passi,  delle voci, urla e rumori come di un fuoco che scoppietta ; sentivo un fiato gelido che mi soffiava sul collo.

Una volta terminato il rito, riapparve la stradina cercata. Quella esperienza nel bosco era durata fin troppo, quindi ce ne andammo.

Quando rivedemmo la nostra casa era l’alba e i nostri vicini amichevoli ci aspettavano sulla porta. “Dove siete stati?” ci chiese la signora Harp allegramente.

“Nel bosco,  abbiamo fatto un gioco che si chiama Shiver” rispose Josh con il suo solito tono spavaldo, ma il Signor Brown trasalì : “State scherzando, spero!”.

“No perché?  Era solo un gioco”.

Nessuna risposta.

“Entrate in casa”, ci disse la Signora Mendosa.  Una volta entrati ci accomodammo su un sofà color verde pastello.  “Vedete,  Shiver non è un gioco per ragazzini,  ma è tragicamente vero: quando avete iniziato dovete finirlo per forza. Dovete scoprire la vita della Blowing, cioè la strega del paese:  se non la scoprite morirete”.  

“Noi vi aiuteremo: abbiamo degli oggetti di sua proprietà, cioè il suo diario  e delle pietre con cui ha maledetto delle persone” disse il signor Riddle. “Avete due giorni di tempo”.

Leggemmo il diario in un’ora sola,   diceva che la Blowing  aveva due figlie gemelle e quando aveva divorziato da suo marito le erano state portate via,   poi il suo sposo le aveva uccise e lei per vendicarsi era entrata in una setta satanica, maledicendolo…in fondo c’era una pagina strappata.

Setacciammo il bosco per cinque lunghe ore e sconsolati tornammo a casa;  io e Josh ci mettemmo a dormire, ma io non chiusi occhio tutta la notte:  sentivo passi, urla, un fiato gelido sul collo come quando avevo giocato.   Al mio risveglio uno spettacolo orrendo mi attendeva:  il mio migliore amico era nel suo letto, morto, la pelle bruciata e il sangue dappertutto;   aveva gli occhi e la bocca spalancata e c’era un messaggio scritto sulla finestra che diceva: “A domani”.

Corsi dai miei vicini:  ero nel panico. Avevo vissuto troppo poco,  della vita della Blowing sapevo tutto o quasi: avevo ancora bisogno di sapere cosa c’era scritto su quella pagina strappata.

Mi arresi: avevo cercato dappertutto e non ero arrivato a niente.  Però  scoprii una strana porta chiusa a chiave nella vecchia casa della Blowing.  Era solo un problema in più.  Cercai di aprirla, ma non ci riuscii: erano le dieci e mezza e non sapevo più dove andare a sbattere la testa. Mi misi a dormire e così avrei aspettato la mia fine. 

A mezzanotte mi svegliai di soprassalto: davanti a me una donna tutta stracci,  pallidissima,  smunta e cadaverica mi fissava.  Volevo urlare o scappare ma ero come incollato al materasso,  i suoi occhi mi puntavano senza nemmeno sbattere le palpebre.  Si avvicinò a passo lento verso il mio letto.  Le sue mani ossute toccarono il mio petto e lentamente presi fuoco;  non riuscivo a fare nessun movimento e  nessuno dei miei vicini veniva in mio soccorso.

Continuò a fissarmi per i dieci minuti più lunghi della mia vita, che furono anche gli ultimi.

Prima che morissi mi sussurrò qualcosa nell’orecchio: “Il sentimento più antico e radicato del genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell’ignoto”. 

L’ultima pagina del diario della Blowing.

GIORGIA MANCINI

Come nasce un criminale

Non avevo programmato di diventare un gangster, ma lo sono diventato. Il mio sogno di bambino era diverso. Per chi la vorrà conoscere, questa è la mia storia.

Da piccolo avrei voluto diventare un eroe , qualcuno su cui le persone potessero contare e che non dovessero mai  temere. Infatti  chiesi a mia madre di iscrivermi alla scuola di polizia. Lei accettò e con il tempo diventai un poliziotto eccezionale, infatti risolsi migliaia di casi e ricevetti anche un addestramento speciale che mi rese migliore. Un giorno però vidi mio padre uscire di casa e circa quaranta minuti dopo mi chiamarono per dirmi che era in corso una rapina in banca : in otto minuti  ero già lì.

 Irruppi nella banca e quello fu il momento più brutto della mia vita: vidi mio padre con una sacca di soldi in una mano e la pistola nell’ altra, mentre mirava contro una povera innocente.

Aveva un passamontagna , quindi non lo riconobbi subito e senza pensarci due volte feci fuoco, ma dopo avergli sparato mi accorsi di chi fosse. Lo vidi stramazzare a terra in fin di vita, lo sorressi e lui con il suo ultimo respiro disse: “Vendicami”.

 Dal quel fatidico giorno la mia mente fu sconvolta e mi schierai  dalla parte del male. Tuttora penso di aver preso una decisione troppo avventata, dettata dal trauma che avevo subito, ma ormai era troppo tardi, e come diceva sempre mio padre : bisogna sempre finire ciò che si è iniziato.

Da quel momento,  grazie all’addestramento ricevuto,  diventai il gangster perfetto.

Riuscivo a uccidere senza farmi individuare , a difendere  la refurtiva, ad attaccare: non avevo rivali.

Gli altri criminali non osavano nemmeno sfidarmi. Ero ormai ricco ma infelice , infatti ripensavo a tutte le persone che avevo ucciso inutilmente. Ma a parte questo, conobbi molta gente che mi insegnò cose nuove nel campo del crimine. Ad esempio un amico mi insegnò l’hacking : rubai milioni dai bancomat.

Le parole di mio padre mi riecheggiavano in testa, ma io andavo avanti … ero imprendibile , almeno fino ad oggi , poiché oggi è stata una giornata strana.  Fin dal mattino avevo un mal di testa lancinante e non riuscivo a concentrarmi , ma  non potevo farmi scappare un’opportunità così enorme visto che oggi a causa di uno sciopero la maggior parte  delle banche italiane era rimasta senza sorveglianza.

Avevo programmato di svaligiarne sette, ma alla sesta è successo. Ho sentito una fitta  terribile alla tempia e sono  svenuto lì con  la pistola e il sacco dei soldi in mano: è stato vergognoso farmi acciuffare in quel modo e per di più mi hanno  messo in prigione.

Ovviamente sono riuscito ad evadere e mi sono rifugiato qui, dove sto scrivendo le mie memorie: in una piccola casetta in campagna dove nessuno penserebbe di trovarmi.

Non so se riuscirò a continuare con questo mal di testa che continua a martellarmi, ma per adesso addio.

Ho ancora qualcosa da sbrigare…

NICCOLO’  BARTOLINI

UN WEEKEND DA NON RIVIVERE

Molto tempo fa, nel 1932 , viveva in Arizona una madre, Anna, che era vedova, con i suoi figli Becca ed Andrew.                                                                                     

Essa decise di mandare i suoi figli dai nonni che non avevano mai conosciuto, nella campagna del Messico.                                                      

I due giovani ragazzi partirono all’alba, presero un treno,dopo circa due ore e mezzo arrivarono.

La nonna al primo impatto sembrava molto affettuosa, il nonno molto giocherellone, avevano già instaurato un bellissimo rapporto .

I ragazzi dissero ai nonni che avrebbero trascorso una settimana assieme.

 Il pomeriggio lo passarono ridendo e scherzando.

Poi arrivò la sera: alle 9:30 i nonni andarono a dormire, i ragazzi rimasero svegli fino alle dieci, ma…verso le dieci e mezza Becca sentì un cigolio provenire dalla porta di camera .

Si alzò e vide la sagoma di una persona nascondersi di corsa  sotto il suo letto.

La ragazza, con il cuore che le batteva violentemente nel petto, scostò le coperte e scovò la nonna sotto il letto che canticchiava una canzoncina molto inquietante.

Tutt’a un tratto l’anziana signora incominciò a sbattere la testa per terra, Becca la fermò e la nonna, come nulla fosse, tornò a dormire .

La mattina la ragazza chiese al nonno perché la nonna quella notte si fosse comportata in quel modo bizzarro.

Lui disse: “La nonna è sonnambula e quando fa brutti sogni si mette a piangere”.

Ma questa cosa successe per tre notti di seguito.

La mattina dell’ultimo giorno che trascorrevano con i nonni, i ragazzi videochiamarono la mamma con il computer.

La madre Anna chiese ai suoi ragazzi se potevano farle vedere i nonni.

Alla vista di quelle persone, la madre si impaurì e gridò: “Questi non sono i vostri nonni, io non li conosco,cercate di scappare!”.

Becca e suo fratello quella sera cercarono di fuggire, ma avevano aspettato troppo tempo: ormai erano scattate le dieci e mezza.

La signora si trasformò in un vampiro.

Andrew venne afferrato dal signore.

Ma a Becca andò peggio: venne richiusa in camera da letto al buio con la “nonna”.

Il ragazzo si ribellò per salvarsi, ma il “nonno” lo sbatté contro la finestra che si infranse: allora Andrew cercò di afferrare qualcosa per ucciderlo,trovò un pezzo di vetro rotto che gli infilzò nello stomaco ed esso cadde a terra.

Nel frattempo Becca era nell’ansia più totale, vide la signora nell’angolo che parlava sottovoce.

La donna si volse e mostrò i canini acumiati, lunghissimi: saltò addosso a Becca, tentando di morderle il collo.

La ragazza con un balzo la spinse a terra e la soffocò con il cuscino, quindi con un paletto di frassino la colpì al cuore.

Ma i nonni veri che fine avevano fatto?

MARTA PACINI

Gangsta Hell

Non avevo programmato di diventare un gangster, ma lo sono diventato. Il mio sogno di ragazzo era diverso. Per chi la vorrà conoscere, questa è la mia storia.

Mi chiamo Jonathan, sono nato nel Bronx (non proprio il quartiere più tranquillo di New York) il 12 Febbraio 1998. Sono nato in casa mia (visto che l’ospedale era troppo lontano), casa nella quale ho vissuto per non più di nove anni. Incontravo mio padre un’ora a settimana (era un carcerato), la maggior parte del tempo lo passavo con mia mamma. Ho  studiato solo fino alla terza media, perché la scuola era troppo costosa per noi poveri, giocavo perlopiù a basket e ai videogiochi. Un terribile giorno mia madre morì cascando dalle scale. Cercai di soccorrerla, ma invano, allora terrorizzato scappai. Stavo correndo in strada quando incontrai mio padre che tornava in permesso premio dalla prigione, gli diedi la notizia ed egli mi convinse ad andare con lui. Mi portò nel ghetto dov’era nato e mi presentò ai suoi amici. Nel giro di tre giorni imparai il mestiere e mi ritrovai con una pistola in tasca, del fumo e un po’ di droga pesante.

Mi avevano insegnato a sparare, uccidere, fumare, spacciare…

Non mi ero accorto di essere entrato in un brutto giro. C’erano continuamente sparatorie tra bande e ogni tanto morivano alcuni amici. Ci appostavamo nei parchi per cercare di vendere la droga, che nascondevamo sotto terra. Nonostante tutto però io non avevo mai ucciso nessuno, fino a che non uccisero il mio babbo nel corso di una sparatoria. Ero molto turbato e per la rabbia rischiai quattro volte la galera: una volta per aver picchiato un tipo, un’ altra volta per aver ucciso uno spacciatore rivale a colpi di pistola e infine per aver accoltellato due persone. Ah giusto! Non devo scordarmi che ho rapinato negozi per una decina di volte. Tutto questo in vent’anni di vita. Io non smetterò, è troppo tardi per me, però non vi consiglio quest’esistenza amarissima. Ve l’ho raccontata perché lo sappiate. Ho tutto quello che voglio, ma nessuno che mi voglia bene e non posso fidarmi di nessuno. Vivo braccato come un animale, sempre in fuga da una zona all’altra della città. Adesso sono qui, nel ”mio” ghetto, ma so che tra un’ora andremo ad assaltare qualcosa o qualcuno.

DAVIDE BENVENUTI

Una tranquilla vacanza in Romania

Era una normale serata di fine estate.

Mi trovavo a casa con il mio fratellino di 14 anni, ero appena tornato dagli allenamenti e mio padre si trovava a lavoro.

Bussarono forte, sulla vecchia porta di betulla bianca.

Pensai che fosse nostro padre. Andai e aprii la porta: non c’era nessuno .

Abbassai la testa e vidi ai miei piedi una busta, mentre poi alzavo lo sguardo vidi quello che sembrava un uomo agghindato con cappotto, pantaloni e scarpe nere, ma non me ne importò più di  tanto: presi la busta e rientrai in casa.

Verso le otto di sera arrivò mio padre: lo salutai e lui ricambiò con un sorriso, mentre io stavo cercando di staccare Tommi dai videogiochi e metterlo a tavola per mangiare il pollo con insalata.

Nel momento in cui mio padre si stava svestendo  vide la busta, mi chiamò e mi chiese che cosa contenesse: gli risposi che non lo sapevo, e che lo stavo aspettando per aprirla.

La aprimmo e vedemmo che c’erano tre biglietti per la Romania.

Uno per me, uno per mio padre e un altro per mio fratello.

Vi starete sicuramente chiedendo di mia madre. Lei è morta  con la nascita di Tommi quando avevo otto anni.

Quattro giorni dopo partimmo dall’America del nord (in un paesino della California) fino alla lontana Romania.

Fummo cordialmente condotti  in una specie di castello su una collina che dava la vista su quel paesino pieno di vitalità. C’era un sole velato da delle nuvole fini come zucchero filato. Ci accolse una cameriera (credo l’unica), che ci portò da un signore seduto su un alto scranno.

Era il signore del pacco. Ci fece accomodare su una sedia e ci disse che nostra madre ormai defunta aveva uno zio,  Lord Ivan Brozlovic,  diventato milionario grazie ai suoi libri.

Alla sua morte, Lord Brozlovic le aveva lasciato il castello e i soldi, che quindi di fatto ora passavano a noi.

Ma nostro padre stava per rifiutare quell’eredità, senonché ci guardò negli occhi e accettò.

Nel frattempo  mio padre fece amicizia con la gente del posto, soprattutto con una donna molto bella, simpatica e divertente.

Tuttavia a mio avviso aveva  qualcosa che mi disgustava e schifava.

Una notte stranamente fredda  e ventosa, sentii cascare dei vasi per terra, ma non mi mossi dal letto. Dopo una mezz’oretta uscii da sotto le coperte.

Tirai un sospiro di sollievo. Non feci in tempo a  chiudere gli occhi che mi sentii prendere la gola e svenire.

Dopo poco mi svegliai, e la prima cosa che vidi fu mio fratello. Mi chiesi dov’ero:  mio fratello mi disse che eravamo in una specie di taxi. Ci portarono in una caverna ammuffita, piena di acqua che arrivava fin sopra le caviglie.

Mi sentii strano, come coperto di peli, più grande e vagamente più selvaggio.

Sentii l’acqua muoversi e anche delle voci sghignazzare.

Erano cinque uomini con mio padre e una donna, proprio quella alla quale mio padre si era interessato.

A un certo punto mio fratello si trasformò in una belva anche conosciuta come licantropo. La donna disse che era un vampiro, e che nostro zio Lord Ivan Brozlovic era un lupo mannaro, benché anche  noto scrittore di libri: aveva mantenuto questa doppia identità da tempo.

Zio Lord Ivan Brozlovic si preparava a sparare  Tommi con un proiettile d’argento.

Tommi si agitò e strappò le catene, aggredì la donna e ci furono zampate, calci, pugni ma alla fine egli fu buttato per terra e mirato con la pistola.

Ad un tratto arrivai io, liberato dalle catene grazie alla trasformazione. Sferrai un pugno alla donna che la fece volare fuori dal palazzo ed essa si sbriciolò fino a diventare polvere a contatto con la luce del sole.

Agli altri successe la stessa cosa. Ritornammo da nostro padre, lo abbracciammo e tornammo al castello.

La sera stessa festeggiammo Halloween e da lì iniziò la nostra vita in Romania.

LEONARDO NICOLETTI

Una notte al cimitero

Eravamo seduti su una tomba priva di lapidi del XVII secolo, nel tardo pomeriggio di una giornata d’autunno nel vecchio cimitero di Arkham. Ero insieme ad un uomo che avevo conosciuto in una locanda, mi sembrava simpatico e affidabile, quindi quando mi disse di recarmi con lui al cimitero accettai.

Mi parlò per tutto il tempo di come la morte ti poteva strappare la vita nascondendosi dietro alle malattie e alle ferite; pensavo che queste storie me le raccontasse per mettermi paura, ma poi, quando gli dissi che ormai era notte e che dovevo andare, mi placò aggiungendo che queste informazioni erano inestimabili e che mi sarebbe stata tolta la vita.

Io con fare scherzoso gli risposi che anche a lui doveva accadere lo stesso, primo o dopo, ma egli con totale serietà rispose: “La mia vita è già sua”. Mi passò un brivido lungo schiena e me ne andai. Arrivato a casa, pensai che quell’uomo fosse pazzo, ma mi cadde addosso un sonno pesante e mi addormentai. All’improvviso però sentii come dei tonfi metallici; non gli diedi troppa importanza perché pensai che fosse la mia immaginazione, attivata a causa di quegli strani discorsi. Dopo essermi riaddormentato risentii il medesimo suono, ma più intenso, quindi mi insospettii e decisi di dirigermi verso il punto da cui proveniva il rumore. Mentre camminavo lo sentivo aumentare, sempre più forte, sempre più assordante, ma ad un certo punto tacque e mi trovai davanti un foglio, con su scritto: “NON GUARDARTI ALLE SPALLE”. Io per istinto compii l’azione proibita e dietro di me vidi spuntare un uomo con l’aria di un maniaco.

Indossava il classico camice bianco da ospedale, ma il suo ero forato e sporco di sangue; era lesionato ovunque, completamente scalzo e i suoi piedi erano laceri a causa del suolo per niente uniforme; aveva occhiaie scure e profonde come se non dormisse da giorni; dalla testa perdeva sangue, dato che aveva un chiodo conficcato nella tempia; dietro la schiena nascondeva una mazza d’acciaio e mi sorrideva in modo tutt’altro che amichevole: il sorriso divenne un ghigno fino a scrosciare in una potente risata.

Essa mi stordì, cominciai a vedere sfocato e caddi a terra: a un certo punto lo scorsi con quell’enorme mazza davanti a me, la alzò e questo è tutto quello che mi ricordo prima che mi fosse negata la luce.     

EMILY FRANCIA                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

Sherazade

Sherazade: faremo come Sherazade, che raccontava per salvarsi la pelle. Nelle Mille e una notte si racconta di come un sultano crudele uccidesse ogni donna con cui passava la notte al sorgere del sole, per diletto o per vendetta. Ma Sherazade lo affascina con una storia incantevole e infinita che interrompe fatalmente all’alba, per riprendere la notte successiva, e così ha salva la vita. Faremo come lei. Trasformeremo la scuola nelle Mille e una notte.

Racconteremo le nostre storie e raccontare ci aiuterà a conoscere il mondo, a conoscere noi stessi, perché le storie struttureranno la nostra personalità e affineranno la nostra percezione delle cose. Ecco qua, possiamo cominciare.